Ancora un altro giorno

Non mi sono mai soffermato a riflettere compiutamente sulla morte, se non di sfuggita in qualche pensiero fugace. Forse perché non l’ho mai incontrata da molto vicino, forse perché quando si è giovani non si riesce a concepire la fine della vita, ma solo l’inizio e ciò che ne consegue. La prima volta che ho incontrato la morte è stato molto tempo fa, con la perdita della mia bisnonna, avevo 8 anni credo; a quell’età la morte ci appare come qualcosa di molto strano e curioso, qualcosa che accade per sbaglio alle persone anziane distratte e che tuttavia sembra avere un rimedio, un passaggio a un altro stato dell’essere, che ci provoca profondo dolore momentaneo, ma che svanisce velocemente, appena si trova un altro gioco sufficientemente divertente. In seguito, la morte si è ripresentata in altre occasioni, con la scomparsa di un cugino di mio padre e di una zia di mia madre. Non ho molti ricordi di quei momenti, sono passati abbastanza in fretta, non per insensibilità, ma perché ero ancora “piccolo” e nonostante l’affetto che potevo provare per quei parenti prossimi, non erano persone che frequentavo così spesso da sentire un profondo vuoto dalla loro mancanza.

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